10 domande a Fabrizio Silei, autore della serie “Orcobello”

Quando hai capito che volevi fare lo scrittore?

Ho sempre scritto, fin da piccolissimo, storie, poesie, inizi di romanzi, senza però mai pensare che quello avrebbe potuto essere il mio lavoro o la mia vita. Piuttosto per un richiamo naturale, una cosa che si fa e alla quale non si dà molta importanza, ma che ci fa star bene. Scrivere era già, allora come oggi, il mio modo di stare nel mondo, ma anche, come dico spesso ai ragazzi che incontro, il mio modo di andare a suonare il campanello a Dio per chiedergli conto di quanto mi accadeva, dell’incomprensibile: la morte di un amico, una lite con mio padre, e poi in seguito, la scoperta del male nella Storia, la fine di un amore… Ho sempre pensato, invece, che avrei fatto il grafico, o il fotografo, magari il pittore. Del resto sono giochi e attività che faccio tutt’ora.

Come sei diventato uno scrittore per ragazzi?

Non ho pensato di poter fare lo scrittore fino a circa vent’anni, quando ho iniziato a scrivere i primi racconti, poi sono finito a l’Università e a scrivere saggi e articoli, nel 2000 ho pubblicato i miei primi racconti. Quando sono nati i miei figli, un giorno, sono entrato in una libreria che aveva una montagna di libri illustrati per ragazzi e bambini. In quei libri c’era tutto, c’era ciò che amavo di più, le storie e le immagini legate insieme. Mi venne subito un desiderio fortissimo di fare un libro come quelli, avevo già trentasei anni, gli amici scuotevano la testa. Si preoccupano sempre del tempo che perdono gli altri gli amici. Ma non li ho ascoltati e mi misi al lavoro, 8 anni dopo vincevo il Premio Andersen miglior autore.

Com’è stato vedere il tuo primo libro pubblicato? È stato l’avverarsi di un sogno?

Senz’altro, oggi con più di cinquanta pubblicazioni al mio attivo, come si dice, mi rammarico di provare sì gioia per ogni nuovo libro, ma non quella felicità assoluta che provai allora quando mi arrivò a casa il mio primo libro. Rammento l’ansia per i contrattempi, il timore che l’editore cambiasse idea, e perfino qualche notte insonne. Rammento anche che andammo in vacanza a L’Isola D’Elba quell’estate, entrammo in una libreria e i miei figli, che avevano 5 e 6 anni ci vennero incontro con il libro e Giona,il più grande, mi disse con gli occhi pieni di meraviglia: “Babbo (niente papà da noi), guarda, tu eri già qui!”

E poi ricordo che mio fratello Franco vide il libro in una libreria e mi disse di essersi commosso leggendo il mio nome sulla copertina. Bei tempi, una grande emozione.

Hai una tua kryptonite personale nella scrittura?

La kryptonite, cioè ciò che mi toglie forza per scrivere, come Superman? È costituita da molte cose. Le elenco per ordine: la mia pigrizia, le librerie strapiene di novità e libretti da poco in bella vista mentre i miei sono quasi sempre nascosti, gli editori che non sempre capiscono gli autori, i lettori che talvolta non si accorgono dei miei libri più belli, i critici che non esistono più e per cui tutto alla fine è buono per qualche motivo. Queste sono tutte cose che mi fanno dire: “Un altro libro… ma se ho scritto adesso un capolavoro e ci sono ancora miliardi di persone che non l’hanno letto e anche i critici nemmeno se ne sono accorti! Modesto è?

I tre libri/autori/illustratori preferiti della tua infanzia e di oggi.

Qui temo di deludere, ma non importa Pinocchio, Rodari, Munari, Brecht, Stevenson… Ops! Avevamo detto solo tre, pardon.

Qual è la parte migliore e quella peggiore del mestiere di scrittore?

La migliore incontrare i ragazzi, la peggiore incontrare gli editor. Loredana esclusa che invece adoro e vorrei rubarvi.

Come scrittore, quale mascotte/avatar/spirito animale sceglieresti?

Neanche a dirlo: l’ornitorinco. Metafora di incomprensibile, multietnicità, eclettismo, ibridazione, mescolamento, contraddizione… Sì, il mondo avrebbe bisogno di più ornitorinchi e io cerco di allevarli a L’ornitorinco Atelier di Pescia e in giro per il mondo.

Raccontaci tre cose folli/interessanti su di te.

Mi piacciono le persone e i loro volti e mi porto sempre con me una macchina fotografica per fare foto alla gente: in strada, in treno, durante i miei viaggi. Un giorno o l’altro qualcuno mi picchierà, ma amo la fotografia di strada e adoro l’idea di fermare delle storie e degli attimi che altrimenti svanirebbero in un fotogramma, in un’immagine. Mi piace soprattutto il fatto di rubarle, se mi viene dato il permesso la foto di solito fa schifo. Ma sono molto timido e rispettoso, per cui è difficile. Cosa ne faccio delle mie foto? Per lo più niente, le faccio e basta.

Ho iniziato come burattinaio, adoro le marionette e i burattini, le costruisco, scolpisco. Adoro la carta, il legno, la stampa tipografica, la fotografia, creare giochi che istighino i bambini a raccontare e raccontarsi Il tutto mi serve a distrarmi dall’idea che sono uno scrittore, a non cercare per forza le mie storie e aspettare che vengano da sole.

Un segreto, anzi due: ho bisogno d’abbracciare le persone, non sempre posso farlo, ma mi piacerebbe. Tutti noi abbiamo bisogno di questo, di un bell’abbraccio. Non resisto mai a passare la mano sulla testa di un bambino piccolo in una carezza, come una benedizione. È un gesto che con la mano grande e ruvida da manovale faceva sempre mio padre a me quando ero piccolo. Mai una parola, un complimento, uno scherzo. Solo quel gesto, che però esprimeva tutto ciò che c’era da esprimere.

Se non fossi diventato uno scrittore, quale sarebbe il tuo lavoro ideale?

Ho cambiato tanti lavori, scrivere infondo, come leggere, è proprio questo, il tentativo di sconfiggere la noia, la routine, di avere tante vite a disposizione. Per questo ha anche a che fare con il tentativo di esorcizzare e sconfiggere la morte. Stare con i bambini e giocare con loro, raccontare loro storie, è la cosa che mi fa stare meglio, mi fa sentire vivo e utile. Dà un senso alla mia vita. Però, prima ancora c’è la libertà. Tutte le mie storie parlano, mi è stato fatto notare, di tirannia e libertà. Io ho conosciuto la fabbrica, la catena di montaggio,  e poi il lavoro all’università. Oggi so che ne sarei uscito matto. Scrivere mi permette di essere libero, senza padroni, senza muri, senza orari. Da piccolo dicevo sempre a mia madre che da grande avrei voluto fare il postino. Vedevo le maestre chiuse nelle scuole, gli operai nelle fabbriche, le casalinghe nelle case i negozianti nei negozi… Il postino era l’unico che, ai miei occhi, poteva andarsene in giro liberamente. Uno scrittore da noi è un libero professionista, mi piace per questo, non tanto per il professionista, quanto per quel libero.

Vorresti dire qualcosa ai tuoi lettori?

Certo, tante cose, lo sto facendo con le mie storie. Il resto sono prediche da adulti che lascio ad altri.

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