10 domande a Angela Tognolini, autrice di “Vicini Lontani”

Questi racconti sono un modo per condividere quello che mi è stato dato. La fortuna incredibile che ho avuto.
Perché incontrare queste persone è stato un dono che non meritavo, con tutto il bello e tutto il brutto che portavano.”

Ora in libreria con il suo romanzo d’esordio “Vicini Lontani“, l’autrice Angela Tognolini ci parla di sé e di questo romanzo rispondendo alle nostre #10domande!

Angela Tognolini è fra gli autori parte del Progetto Scuole Il Castoro.

Quando hai capito che volevi diventare una scrittrice? 

Sono una figlia d’arte. Mio padre scriveva a casa, mi raccontava le sue storie e ne parlavamo insieme. Ho sempre scritto, fin da piccolissima, specialmente a computer. Il mio primo foglio word ha come data di salvataggio il 1995, avevo cinque anni allora, sapevo scrivere solo in stampatello maiuscolo e quindi, se per caso premevo sul tasto del Caps Lock e lo disattivavo, dovevo aspettare che qualcuno tornasse a premerlo per me, per permettermi di capire cosa stessi scrivendo!

Ciononostante, non ho sempre pensato di voler essere una scrittrice. Da adolescente, avevo il desiderio di fare cose diverse da quelle dei miei genitori, di trovare una mia via. Ho scelto quella dei viaggi e della cooperazione internazionale e per questo sono stata alcuni mesi in Tanzania a fare volontariato e, tornata in Italia, mi sono iscritta alla facoltà di Studi Internazionali. Per lunghi anni, ho pensato che a cambiare il mondo fossero l’economia e le politiche pubbliche, non le storie. Per lunghissimi anni ho smesso di scrivere quasi del tutto.

Dopo gli studi, ho cominciato a lavorare come operatrice legale per i richiedenti asilo a Trento, un lavoro che ha contribuito alla mia identità tanto quanto l’influenza della mia famiglia. Ed è successo che, nel mio lavoro, ogni giorno mi sono trovata ad ascoltare di nuovo delle storie. Un operatore legale, di mestiere, spiega la legge italiana ai migranti. Spiega perché e come si svolgeranno le interviste che lo stato italiano fa a chi chiede asilo, per capire se possa ottenerlo oppure no. L’operatore legale fa delle simulazioni di quell’intervista e ricostruisce la storia con la persona che ha davanti, cercando di filtrare attraverso le differenze culturali e le reticenze indotte dai traumi una narrazione che l’ufficiale del ministero degli interni incaricato possa capire.  Così ho ascoltato le storie di vita dei migranti, storie vere, lunghe, brevi, terribili, divertenti, piene di disperazione e piene di speranza, a volte inventate per celare storie ancora più tremende.

Ho ricominciato a scrivere, per due bisogni speculari e diversissimi. Il primo: per andarmene via da lì, da quella stanza in cui le cose più brutte dell’universo si arrampicavano sulla mia scrivania, evocate come demoni dal filo di voce di una ragazzina africana. E per questo ho scritto storie che non avevano nulla a che fare con la migrazione, storie del mio passato, storie fantasiose, storie come boccate d’aria in cui non risuonavano i fucili dei Libici né le grida dei naufraghi. E poi, seguendo il secondo bisogno, ho scritto proprio quelle storie lì, quelle in cui tuonavano le bombe e piangevano i bambini. Mi era stato chiesto dall’associazione per cui lavoravo, il Centro Astalli Trento, nel tentativo di far emergere una narrativa diversa sui migranti, contrastando i discorsi di odio sempre più presenti tra l’opinione pubblica.

All’inizio non sapevo se sarei stata capace ma, quando ho cominciato, non ho più potuto smettere. I miei racconti non parlavano solo di morte e distruzione, ma anche di risate, famiglie, amori, sogni e viaggi. Tutto questo era lì, nelle storie dei migranti, insieme con il brutto che avevano sulle spalle, portavano anche fiori nelle tasche, cibo buono, sorrisi e speranze. E ho capito che dovevo scrivere di loro perché se una parte di me voleva andarsene via da quella stanza, un’altra parte aveva bisogno di aprire la porta e di farci entrare tutti gli altri, lì dentro. Di farci entrare gli studenti e i professori, le casalinghe e i muratori, i miei amici e la mia famiglia, i miei nemici, i miei avi, i governanti e i sacerdoti. Perché quelle storie andavano sentite da tutti. Non perché tutti ne avessero paura, ma perché tutti ne avessero coscienza. Perché ne sorridessero, ne piangessero, ne rimanessero meravigliati. E, forse, poi, facessero qualcosa per cambiarle. Un sogno troppo ardito? Probabile. Quello che penso è che alla peggio, se anche non andrà così, con tutta quella gente in camera io e la ragazzina africana ci sentiremo almeno meno sole.

 

Com’è stato vedere il tuo primo libro pubblicato? È stato l’avverarsi di un sogno?

Il fatto che il libro uscirà è un pensiero stupendo. Da una parte, perché la scrittura è una parte di me che non ho mai data per scontata, visto che per tanti anni l’avevo abbandonata. Più che un sogno, lo paragonerei a un dono riemerso dalla terra, un gioiello sepolto da un bambino e poi dimenticato per anni. Dall’altra parte, che questo libro sia pubblicato per me è particolarmente importante, perché significa che la porta di quella stanza è aperta e adesso qualcuno entrerà a sentire le nostre storie. Questo era proprio il desiderio dell’associazione Centro Astalli Trento, per cui ho lavorato e che sento ancora tanto vicina. In segno di sostegno per il loro lavoro, ho deciso di destinare a loro il ricavato dei diritti d’autore di questa pubblicazione.

 

Hai una tua kryptonite personale nella scrittura?

Faccio fatica a finire le storie. Con i racconti è più facile, inizio e finisco in giornata o al massimo in due giorni. Con i romanzi è un’altra storia: da quando ero bambina ad adesso ho cominciato più di cento scritti, tutti con i loro personaggi e il loro arco narrativo. Ne ho conclusi tre. Al momento ne sto scrivendo due contemporaneamente, testa a testa come una gara di topolini. Chissà se uno dei due arriva alla meta.

 

I tre libri/autori/illustratori preferiti della tua infanzia e di oggi.

Da bambina, è facile:

  • “Il signore degli anelli” di Tolkien
  • “Vacanze all’Isola dei Gabbiani” di Astrid Lindgren
  • Tove Jannson e tutti i suoi libri sui Mumin

Da grande, è meno facile:

  • “Farenheit 451” di Bradbury
  • Tutti i libri di Joseph Conrad (“Lord Jim” e “il Pirata” in testa)
  • “It” di Stephen King

Leggo anche libri di donne, eh. E anche libri impegnati, anche se non sembra.

 

Qual è la parte migliore e quella peggiore del mestiere di scrittore?

Io sono un’esordiente, quindi penso di non saperlo ancora. Per ora, posso dire qual è la parte migliore e quella peggiore di scrivere. Quella migliore è che basta un computer ed un po’ di silenzio per varcare un portale verso un altro mondo, dove puoi dimenticare il dolore e la noia e vivere nella pelle di qualcun altro per un po’. Quella peggiore è che tutto questo fa fatica a esser condiviso. Le persone importanti con cui vivi non lo sanno, cosa provi quando scrivi. Non te le puoi portare dietro, oltre quel portale. A volte fa sentire soli. A volte non è male allontanarsi un po’, sapendo che poi puoi tornare a camminare sulla tua vera strada, dove i passi sono fatti di giorni e non di parole.

 

Come scrittrice, quale mascotte/avatar/spirito animale sceglieresti?

Questa domanda non è semplice. Ho la fortuna, però, di averci già pensato a lungo. Fin da ragazzina mi sono profondamente, appassionatamente identificata con il gallo che introduce la storia di Robin Hood nel cartone della Disney. Ho usato il suo nome come pseudonimo infinite volte: Cantagallo. È un menestrello indolente, allegro e sempre un po’ sfuggente. È anche un personaggio, ma non interagisce mai con gli altri. È anche un personaggio ma la storia non è su di lui. Lui la racconta, canta, sembra che gliene importi, certo, ma sempre solo fino a un certo punto. La storia è dei personaggi e di chi la legge. Cantagallo lo sa e pizzica la sua mandola con ridente faccia tosta.

 

Dove hai trovato l’ispirazione per questo libro? Ti ha insegnato qualcosa?

L’ispirazione per questo libro me l’hanno portata i miei migranti, da sopra le onde del Mediterraneo e dai valichi lungo i Balcani. Le storie che ho scritto non sono le loro storie, quelle per segreto professionale non potrei mai rivelarle. Le storie che ho scritto vengono da quattro anni di racconti, dialoghi, pianti, risate e litigi con i più di trecento richiedenti asilo che ho assistito in questo tempo. Vengono dalle sere in cui tornavo a casa con una voce che parlava in testa. Dalle notti in cui ho sognato di loro e di altro, facendo scendere dentro di me le loro storie. Quelle storie si sono sedimentate come il mosto e mi hanno permesso di imbottigliare questo vino.

Questo libro mi ha insegnato molto meno di quanto non mi abbiano insegnato i migranti in tutti questi anni, ma una cosa me l’ha fatta capire. Che le storie che ti vengono raccontate, in qualche strana misura, diventano parte di te, proprio come la frutta che mangi. Non sapresti dire se è proprio quell’albicocca che hai mangiato alle tre che ti ha dato la forza per fare due chilometri di corsa, o se è la pasta della cena che ha fatto crescere nuova pelle su una sbucciatura, ma di sicuro in parte è così. Allo stesso modo, io non so quale singola storia che ho sentito è responsabile per uno dei miei racconti. Sono diventate tutte quante una pasta di energia dentro il mio stomaco e poi mutate in sangue, muscolo, pensiero. Questo succede anche per tutto il resto che mi accade ogni giorno: le montagne che guardo, le roccie che salgo, gli amici che stanno con me. Tutto diventa vita e tutto diventa scrittura. Tutto diventa me.

Questo me l’ha insegnato questo libro.

 

Raccontaci tre cose folli/interessanti su di te.

  1. Da anni e con grandissimo entusiasmo pratico l’arrampicata sportiva e l’alpinismo. La cosa è tanto sfuggita di mano che ormai è forse il mio primo tratto distintivo, la cosa che tutti ma proprio tutti sanno di me. Sono una sportiva, sono una montanara in erba benché io sia nata in città, sono innamorata delle cime. Mi spenzolo dalle montagne, rischio il collo, non sono molto brava ma sono molto appassionata. Vivo a Trento, che considero più il mio Campo Base che la mia città. Da lì io e i miei amici e compagni di vita partiamo ogni weekend per una nuova avventura. Durante la settimana ci alleniamo in palestre di arrampicata e sulle falesie della zona. Tengo un blog, che si chiama “Trentenni in Trentino”, sul quale scrivo di me, del mio branco di scalatori, delle nostre camminate, delle nostre arrampicate, delle nostre paure e del brusco amore che ci unisce tutti.
  2. Sogno tantissimo. Spesso sogni brutti. Spesso sogni fantastici ed esotici, come quelli dei bambini. Potrebbe anche essere un effetto collaterale della quantità massiccia di fantascienza e horror che leggo e che vedo su video.
  3. Mangio qualsiasi cosa. Con grande entusiasmo. Dalle frattaglie di animale fino ai piatti esotici, a rischio di star male. Non esiste un singolo ingrediente, spezia, verdura o carne animale che non mi vada a genio, almeno tra quelli che ho provato. Ho una lieve antipatia per il sesamo, ma posso passarci sopra.

 

Se non fossi diventata una scrittrice, quale sarebbe il tuo lavoro ideale?

Io non sono ancora diventata una scrittrice a tempo pieno, purtroppo. Il  mio lavoro ideale? Lo scrittore. Più probabilmente, continuerò a lavorare nel sociale ma non mi dispiacerebbe occuparmi di comunicazione. Un tempo pensavo che le storie non cambiassero il mondo. Ora penso che lo facciano eccome e che, quando non ci sono in giro le storie giuste, le cose vadano male alla grande.

 

Vorresti dire qualcosa ai tuoi lettori?

Leggete anche cose che pensate non vi piaceranno. Leggete anche cose che pensate vi faranno paura, vi annoieranno, che non saranno da voi. Leggere cose nuove è un modo a basso rischio di scoprire cose nuove su di sé. E se il libro non vi piace, lasciatelo a metà. Siete liberi. Siete voi a decidere e le storie sono solo vostre.

 

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