10 domande a Don Zolidis, autore di "Le sette volte che ci siamo lasciati"

Da quando si ricorda, Don Zolidis ha sempre inventato storie! E infatti è noto soprattutto per essere un drammaturgo molto divertente. Le sette volte che si siamo lasciati è il suo romanzo d’esordio, un’avvincente e autentica storia d’amore, con un pizzico di ironia, che chiunque sia o sia mai stato innamorato deve leggere assolutamente! A lui abbiamo rivolto le nostre dieci domande e indovinate un po’? Ha origini italiane! Chissà cos’altro avremo scoperto…

Quando hai deciso che avresti fatto lo scrittore?
Per quanto posso ricordare, sono sempre stato attirato dall’inventare storie. All’età di otto-nove anni, credo, scrissi una storia sui ninja e pensai che fosse totalmente pubblicabile (c’era quasi, ma probabilmente non rifinita abbastanza). Ricordo di avere scelto di diventare uno scrittore al liceo, comunque. Avevo sedici anni ed ebbi la rivelazione che era quello che volevo fare nella vita.
Cosa hai provato nel vedere il tuo libro pubblicato? È stato un sogno diventato realtà?
Sono un drammaturgo e la mia prima opera teatrale è stata pubblicata circa dodici anni fa. È stato estremamente eccitante tenere quell’opera pubblicata per la prima volta, ma avere un romanzo, con tanto di copertina rigida, pubblicato sarà di un livello di importanza maggiore. È davvero un sogno che si avvera per me!
Hai una kryptonite nella scrittura?
Internet. I social media. Come la maggior parte delle persone, mi lascio distrarre troppo dagli eventi del giorno. In quel caso, ho un piccolo programma che arresta internet per ore, e così posso concentrarmi.
I tre libri/autori/illustratori preferiti di quando eri bambino e di adesso.
Da piccolo, amavo lo Hobbit più di ogni altra cosa. Adoravo anche il lavoro di Mercer Meyer e Maurice Sendak quando ero molto giovane. Mi piaceva qualsiasi cosa avesse a che fare con i mostri o le creature fantastiche. Oggi mi piace un po’ di tutto: dalla fantascienza agli Young Adult, alla letteratura. Leggo anche molta non-fiction. I miei scrittori preferiti di tutti i tempi sono Dostoevskij, Nabokov e Gabriel Garcia Marquez.
L’aspetto positivo e quello negativo dell’essere uno scrittore.
Ci sono tante cose meravigliose nell’essere uno scrittore: la libertà, la realizzazione artistica, l’abilità di guidare il tuo sogno a occhi aperti in qualcosa di concreto. La parte più difficile è che essenzialmente sei su un’isola: sei responsabile di te stesso e quando sei lì a scrivere, non c’è davvero nessuno che possa aiutarti.
Come scrittore, cosa sceglieresti come mascotte/avatar/spirito animale?
Una volta ho scritto un’opera su un capibara magico, credo che sceglierei questo. Il capibara è il più grosso roditore al mondo ed è carino, adorabile e riprovevole allo stesso tempo.
Dove hai trovato l’idea per questo libro e cosa ti ha insegnato.
Ho scritto questo libro per via dei traumi e della nostalgia. La nostalgia perché sono cresciuto in quella parte di America degli anni Novanta, e i traumi perché avevo pensato molto alle rotture vissute da adolescente. Penso di avere imparato che la vita è lunga e ha tanti colpi di scena in serbo.
Raccontaci 3 cose interessanti o folli di te.
Ho pubblicato 100 opere teatrali che sono state messe in scena in 61 Paesi (Italia inclusa).
Ho passato la mia luna di miele a Roma e a Reikiavik.
Ho frequentato una scuola di recitazione e sceneggiatura.
Se non fossi uno scrittore, quale sarebbe il tuo lavoro ideale?
Un attore. Se non è così realistico, allora probabilmente l’insegnante.
Cosa vuoi dire ai tuoi lettori italiani?
Sono molto emozionato all’idea che il mio romanzo sarà pubblicato in Italia. Mia nonna era italiana di sangue (mio nonno era greco, e c’era qualche tensione fra le famiglie a quell’epoca), così sono emozionato di condividere questa storia con la mia gente!

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