10 domande a Enrico Marigonda, autore di “Due detective e un bassotto”

Primo artista della sua famiglia, ha iniziato a scrivere questo fumetto un po’ per caso, lasciandosi ispirare dal suo cane Thiago.

Di chi stiamo parlando? Di Enrico Marigonda, autore insieme a Gabriele Scarafia di Due detective e un bassotto. Per scoprire di più su di lui e la sua ossessione per le sneakers (con le quali sogna un giorno di poter riempire una piscina intera), non vi resta che leggere la nostra intervista in #10domande

Quando hai capito che volevi diventare uno scrittore?
Beh, qualche anno fa durante un trasloco ho trovato un mio disegno di quando avrò avuto sì e no cinque, massimo sei anni. Era su carta a quadretti, in penna nera, e c’ero io con una matita gigantesca in mano e un sorrisone stampato in faccia. Sotto i miei piedi, a caratteri cubitali, due parole in maiuscolo: IO SCRITTORE. Beh, penso possa bastare.

Quanto tempo ci ha messo la tua storia a finire sugli scaffali?
La storia fatta con Gabriele S. è nata nei primi mesi del 2019, quindi due anni, più o meno.

Sei il primo artista della tua famiglia?
Ho qualche zia che s’è cimentata nella poesia in dialetto, ma nulla di serio. Tutti gli altri sono lavoratori indefessi che, per quanto io sappia, sono troppo pragmatici per avere ghiribizzi in testa di questo tipo. Quindi sì, sono proprio io il primo.

I tre libri/autori/illustratori preferiti della tua infanzia e di oggi.
Dato che le categorie sono tre e i nomi da fare sono altrettanti, beh, ne darò uno per ciascuno. Partiamo dal Passato. Allora, per quanto riguarda il libro, mi tocca dare una risposta molto, molto banale: Harry Potter e la pietra filosofale. Ricordo benissimo come sono andate le cose. Ero in prima elementare e, prima di partire per le vacanze invernali (avrei trascorso una settimana in montagna con i miei), dovevo comprare un libro che mi avrebbe accompagnato in quei giorni. Era il 1997 e in libreria ero molto indeciso tra due libri: uno di Astrid Lindgren, di cui mi ero innamorato della copertina, e uno conosciutissimo Harry Potter. Bene, ho scelto il secondo. L’unico problema era che l’ho finito in due giorni. E i rimanenti cinque giorni? Beh, l’ho riletto.
Per quanto riguarda l’autore: senza ombra di dubbio, e anche qui la scelta è banale, Roald Dahl. Le sue atmosfere sognanti, sempre qualche centimetro oltre il realismo, mi hanno sempre affascinato e sono sicuramente un esempio fondamentale da seguire quando scrivo qualcosa.
Infine l’illustratore: Giorgio Cavazzano. Lui per me era un vero idolo, per davvero, quando ero bambino. Avrei rinunciato a chissà quante settimane di paghetta per incontrarlo, ma il sogno non si è ancora avverato. Ho sempre divorato un sacco di storie di Topolino (una mia prozia un giorno mi ha regalato qualcosa come sette borse piene di numeri, ed è stato in quel momento che ho scoperto la vera gioia) ma le mie preferite in assoluto sono sempre state quelle disegnate da lui. E da Silvia Ziche, lei è sicuramente assieme a lui nel mio olimpo.

Qual è la parte migliore e quella peggiore del mestiere di scrittore?
Vedere su carta, disegnate da artisti bravissimi, le proprie idee è qualcosa di incredibile, di inimmaginabile. L’emozione, ad ogni tavola, è sempre la stessa: enorme.
La cosa peggiore è sicuramente il fatto che spesso, molto spesso, troppo spesso, il lavoro di scrittore non viene visto come un vero lavoro, ma più come un hobby, ed è molto difficile spiegare a quelli che non lo capiscono quanto possa essere stancante, frustrante, alienante anche questo lavoro, come tutti gli altri.

Come scrittore, quale mascotte/avatar/spirito animale sceglieresti?
Ok, questa è una domanda complessa. Molto complessa. Dopo innumerevoli scervellamenti penso che sceglierei il gufo. Sono assolutamente un tipo notturno, ho gli occhiali e tutti i gufi portano gli occhiali (anche se nessuno lo sa) e soprattutto adoro starmene fermo, appollaiato, a vedere il mondo che scorre sotto i miei occhi.

Dove hai trovato l’ispirazione per questo libro? Ti ha insegnato qualcosa?
L’ispirazione è nata quasi per caso, dopo mesi che la mia ragazza continuava ad esortarmi a fare un fumetto sul nostro bassotto, Thiago. Ovviamente io all’inizio ho snobbato alla grandissima la sua idea ma quando mi sono ritrovato seduto alla scrivania a pensare alla trama di un fumetto per bambini mi sono incantato nel guardare il mio cane addormentato pancia all’aria. In quel preciso istante ho capito che quello doveva essere per forza il punto di partenza.

Raccontaci tre cose folli/interessanti su di te.
1. Sono un malato di sneakers, se potessi me ne comprerei abbastanza da poter riempire una piscina intera. Già, non un armadio, ma una piscina!
2. Il mio vero, unico, grandissimo talento è quello di ricordami le cose più inutili. Sono un database di informazioni superflue. Vuoi sapere chi era quell’attore in quel film brutto che hai visto? Hey, eccomi qua per la risposta. Vuoi sapere il titolo di quella canzone che hai sulla punta della lingua? Eccomi qua!
3. Per rilassarmi adoro vedere la gente giocare ai videogiochi.

Se non fossi diventato uno scrittore, quale sarebbe il tuo lavoro ideale?
Mi dispiace, signore e signori, ma qua il piano B non è mai stato contemplato! In realtà quello di scrittore non è il mio unico lavoro, sono anche un vice-responsabile in un negozio di vestiti, e pure questo è un lavoro che mi piace molto. Non quanto scrivere, però, lo ammetto.

Cosa vorresti che il lettore si ricordasse della tua storia?
Quando leggevo le storie di Silvia Ziche, ripetevo sempre le battute ai miei amici (che mi guardavano storto) e ancora adesso alcune frasi, alcune parole (tipo la baguette catalitica) sono entrate nel mio vocabolario. Ecco, vorrei questo. Adorerei se qualcuno rimanesse affascinato da una battuta, da una gag, da una parola, così tanto affascinato da farla diventare propria.

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