10 domande a Francesco Ramilli, autore di “Il mistero di Poggio Ortica”

Quando hai capito che volevi diventare uno scrittore?

In qualche modo ho sempre saputo che un giorno avrei voluto lavorare con le storie. Da bambino riempivo quaderni su quaderni di personaggi, studi di ambientazioni e fumetti. Ho capito davvero che volevo farlo di mestiere quando mi sono trovato di fronte ad un bivio. Continuavo a chiedermi quale sarebbe stata la strada giusta, quale sarebbe stata la scelta migliore e quale percorso avrebbe fatto per me. Poi ho capito che se avessi scelto qualsiasi altra cosa diversa dalla scrittura si sarebbe trattato di un ripiego: le storie sono parte di me e non potrei mai rinunciarvi.

Com’è stato vedere il tuo primo libro pubblicato? È stato l’avverarsi di un sogno?

È stata una grande gioia e un’enorme soddisfazione. Quello dello scrittore è un mestiere solitario, e sapere che qualcun altro potrà leggere il mio libro e visitare il mondo che finora è sempre rimasto nella mia mente mi fa sentire in ottima compagnia.

Hai una tua kryptonite personale nella scrittura?

L’insicurezza è la mia kryptonite più grande, nella vita di tutti i giorni come nella scrittura. Mi fa sempre domandare se quello che sto facendo sia giusto o se vada perfezionato ancora. Se la storia che ho in mente interesserà solo a me o potrà piacere anche ad altre persone. Insomma, i dubbi spuntano fuori in continuazione e non credo di avere ancora imparato a gestirli, ma di sicuro mi hanno aiutato a capire che non tutto quello che faccio è perfetto e che ogni cosa può essere messa in discussione.

 

I tre libri preferiti della tua infanzia e di oggi.

I libri che ho amato nella mia infanzia sono tuttora i miei preferiti, forse perché dentro sono sempre un po’ bambino o forse perché è ora di rinnovare la mia libreria. Terry Pratchett è l’autore che sicuramente mi ha influenzato di più, ma sarebbe difficile scegliere un solo romanzo nella sua vastissima produzione. Nella vita scrivo anche fumetti, quindi non posso non citare “Bone”, il capolavoro di Jeff Smith. Ultimo ma non per importanza, “Il mastino dei Baskerville” di Arthur Conan Doyle, perché evidentemente ho un debole per i vecchi manieri, le brughiere inglesi e i detective.

 

Qual è la parte migliore e quella peggiore del mestiere di scrittore?

Penso che la scrittura sia un mestiere difficile: creare una storia dove tutto torna, dove ogni dettaglio si incastra e dove i personaggi risultano veri è come costruire un complicatissimo marchingegno. Ma allo stesso tempo è una sensazione bellissima quando scatta la molla e il meccanismo comincia a funzionare.

 

Come scrittore, quale mascotte/avatar/spirito animale sceglieresti?

Sceglierei Vernon il volpone, uno dei due protagonisti del mio libro. Sono molto affezionato a quella volpe perché rispecchia molte delle mie passioni e delle mie paure.

 

Dove hai trovato l’ispirazione per questo libro? Ti ha insegnato qualcosa?

È sempre difficile risalire al momento esatto in cui un’idea è nata. Alla base de “Il mistero di Poggio Ortica” ci sono ispirazioni ed atmosfere che avevo sempre voluto inserire in una storia. Ciò che però ha davvero innescato la scrittura è stata una mia riflessione su cosa significhi essere umani, ed è per questo che degli animali parlanti erano i protagonisti perfetti. Tengo molto a questo libro perché mi ha insegnato che nella vita corriamo sempre il rischio di addentrarci in una caverna oscura, ma solo così possiamo scoprire chi siamo davvero.

 

Raccontaci tre cose folli/interessanti su di te.

Dormo coi calzini, anche d’estate. Parlo coi miei gatti chiamandoli ogni volta con un nome diverso. Se non ho nulla da fare e mi annoio comincio a disegnare mani.

 

Se non fossi diventato uno scrittore, quale sarebbe il tuo lavoro ideale?

Collaboro da diversi anni con un’associazione culturale che si occupa di fumetti e promozione della lettura, e non ho ancora rinunciato all’idea, un giorno, di lavorare come libraio o bibliotecario. Sono giunto alla conclusione che se nella vita non fossi circondato dalle storie rischierei di ammalarmi.

 

Vorresti dire qualcosa ai tuoi lettori?

“Dobbiamo vedere coi nostri occhi ciò che ci viene nascosto”. È la frase del mio libro che più è rivolta ai lettori. Penso sia importante leggere, informarsi, appassionarsi, pensare con la propria testa e non dare mai nulla per scontato.

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