Liza Wiemer, autrice de Il compito, ci parla di lei in 10 domande, raccontandoci di firmacopie in serate tempestose, lezioni di vita che ha imparato sul mestiere di scrittrice e incontri speciali che rimangono nel cuore.
Buona lettura!
Quando hai capito che volevi diventare una scrittrice?
Mio nonno era un narratore fantastico, così ho passato la mia infanzia a fargli domande e ad ascoltare i suoi racconti. Hanno alimentato la mia immaginazione e anche il mio desiderio di sapere le storie degli altri, le loro vicende di famiglia. Ma ho iniziato a scriverle solo quando avevo circa vent’anni, poiché mi sono resa di quanto sia importante preservare il passato.
Com’è stato vedere il tuo primo libro pubblicato? È stato l’avverarsi di un sogno?
Il mio primo libro è uscito molto prima che esistessero Twitter e Instagram, quindi quando ho ricevuto il pacco con le mie copie e l’ho aperto, è stato un momento solo per me. Ricordo di essermi seduta al tavolo della mia cucina, di aver sfiorato con le dita il mio nome in copertina e di aver pensato: sono io. Questo è il mio nome. È il mio libro. Ho sorriso per ore. Tuttavia, il momento che più mi ha colpito è stato il mio primo firmacopie: quella sera c’era un forte temporale, ma nonostante ciò sono venute 75 persone in libreria. Andò via la luce e la proprietaria della libreria accese delle candele, illuminando la stanza con una luce soffusa. Le persone si sono messe in fila con il mio libro in mano da firmare. È stato molto emozionante! Mi è piaciuto molto parlare con tutti, ringraziandoli di essere venuti. Non dimenticherò mai quell’esperienza, è stata una notte davvero magica.
Hai una tua kryptonite personale nella scrittura?
Non proprio. Sono determinata quando si tratta di scrivere. Anche se la mia famiglia viene sempre prima di tutto, ci sono momenti in cui passo quindici ore a scrivere senza quasi fare pause. Non lascio che nulla mi intralci. Ho solo bisogno della mia tazza di caffè con cioccolato e latte.
I tre libri/autori/illustratori preferiti della tua infanzia e di oggi.
1) Ho ancora la mia prima edizione di “Mandy” di Julie Edwards Andrews, famosa per il film “Tutti insieme appassionatamente”.
2) Laini Taylor, adoro la sua serie “La chimera di Praga”.
3) Kristin Hannah: “Il grande inverno” è uno dei miei romanzi preferiti di sempre.
Qual è la parte migliore e quella peggiore del mestiere di scrittore?
La parte migliore è viaggiare per le scuole, parlare con gli studenti e rimanere in contatto con loro online. Molti di questi incontri mi hanno cambiato la vita, compreso quello che ha portato alla pubblicazione del mio ultimo romanzo YA, “Il compito”.
La parte più impegnativa dell’essere autore è il rifiuto. Ho scritto quattro romanzi che molto probabilmente rimarranno nascosti nel mio computer per sempre. A volte, bisogna solo lasciar perdere alcune storie, perché magari non sono buone e neanche un numero infinito di revisioni le potrebbe migliorare. Oppure potrebbe essere che la scrittura sia eccellente, ma il romanzo non sia vendibile. Questo può portare alla disperazione. Ho imparato diverse lezioni: 1) quei manoscritti sepolti non sono stati una perdita di tempo, perché mi hanno permesso di sviluppare e migliorare le mie capacità di scrittura; 2) bisogna apprezzare il viaggio – cosa non sempre facile per me, che mi concentro molto sul risultato finale, pensando “cosa devo fare per pubblicare questo libro?” – perché la pubblicazione è solo uno dei centinaia di passaggi nella creazione di un libro. Godetevi il momento e perseverate!
Come scrittrice, quale mascotte/avatar/spirito animale sceglieresti?
Vorrei avere lo spirito di Silente ogni giorno.
Dove hai trovato l’ispirazione per questo libro? Ti ha insegnato qualcosa?
Ho letto un articolo su Facebook intitolato “Compito a casa? Gli studenti di New York discutono sullo sterminio degli ebrei”. Sono rimasta scioccata e ho pensato che fosse solo un caso isolato, ma poi ho scoperto che questi compiti vengono assegnati continuamente. In tutto il mondo, agli studenti vengono dati compiti del genere che li costringono a difendere l’indifendibile. Ci sono ragazzi coraggiosi che protestano, rifiutandosi di attraversare la linea morale, ma troppi rimangono in silenzio. E il silenzio non è mai la risposta. Il silenzio è un terribile fardello con cui convivere. Parlate se vedete un’ingiustizia, perché prima o poi dovrete guardarvi allo specchio e fare i conti con voi stessi.
Raccontaci tre cose folli/interessanti su di te.
Mi piace indossare calze pazze, andare sui rooftop e mi sento più a mio agio quando sono a pochi passi da uno specchio d’acqua. Oh, e sono irrazionalmente terrorizzata dal guidare la macchina su strade di montagna, specialmente se non c’è il guard rail. Non vorreste essere in macchina con me in quei momenti, mi aggrapperei a voi come un cucciolo di koala si aggrappa alla mamma.
Se non fossi diventato una scrittrice, quale sarebbe il tuo lavoro ideale?
Sarei la proprietaria di una locanda (c’è da meravigliarsi se nel romanzo la famiglia di Cade ne possiede una?). Amo incontrare le persone e io e mio marito abbiamo spesso ospiti a casa. Amo anche cucinare! Ancora più importante, adoro vedere le persone che si godono il cibo che preparo. Quando faccio una zuppa o dei dolci, raddoppio sempre le quantità in modo da averne abbastanza da condividere con i miei vicini. Potrà suonare scontato, ma il mio ingrediente speciale è sempre una grande dose di amore.
Vorresti dire qualcosa ai tuoi lettori?
Mentre facevo ricerche per scrivere “Il compito”, ho intervistato una sopravvissuta all’Olocausto, Elfi Hendell. Da bambina fu nascosta in un convento a Roma e poi viaggiò da Napoli all’America sulla USNS Henry Gibbins, una delle navi americane usate dall’esercito statunitense per portare gli italiani in America. Le salvarono la vita degli italiani coraggiosi e durante l’estate del 2017 è tornata in Italia con sua figlia e suo nipote, per mostrare loro il convento di Roma e ricordare la gentilezza del popolo italiano che le ha salvato la vita. Ha incontrato Suor Pia, una nipote della Madre Superiora che l’ha tenuta nascosta al sicuro da bambina. Elfi mi ha detto: “Siamo stati così contenti di essere andati in Italia, la mia famiglia ha visto in prima persona i luoghi in cui ho passato la mia infanzia e le suore che hanno avuto compassione di me.” Tutto ciò per dirvi: lasciate che la compassione sia anche la vostra eredità.









