La Posta del Kuore by Klaretta

C’era una volta, qualche tempo fa, una collina così insulsa che quei precisini dei Polineani la chiamarono Collina Malfatta. Naturalmente nessuno ci viveva, perché una collina non è una pianura, su cui è bello costruire un villaggio tranquillo e pacifico, e neanche una sporgenza di roccia su cui invece è bello costruire una rocca da cui tirare con le fionde ai passanti.

Su una collina è bello fare delle passeggiate, magari mano nella mano con la propria fidanzata o con il proprio fidanzato, o tenendo al guinzaglio un rastrello, come facevano i Vetuschi, un po’ confusi sul concetto di animale domestico.

Fu così che, un giorno di maggio, l’ombra imponente di un grande animale si mosse lungo la collina Malfatta, in chiara esplorazione del territorio, e fu così che la faccenda della posta del cuore ebbe inizio.

Alla padrona di quell’ombra la collina piacque molto. Dopo aver vagato per chissà quanti giorni in cerca di un posto dove stabilire le sue piume, la viaggiatrice si accovacciò nascondendo le zampe sotto di sé, annuì compiaciuta e rivolse il suo becco verso un brullo pendio poco lontano. C’era un villaggio arroccato là sopra. Chissà chi ci viveva.

“Speriamo che si tratti di gente a modo” pensò la gallinona.

Be’, non proprio, potremmo rispondere noi che sappiamo come va avanti questa storia. Ma lasciamo che Klaretta lo scopra da sola.

Il primo Vetusco che Klaretta incontrò era un uomo dall’aria distinta, chiaramente una persona molto importante, visto che aveva una corona in testa. L’uomo era seduto su un sasso in mezzo ad un prato e sembrava pensieroso.

Klaretta non voleva spaventarlo – era pur sempre una gallina di 4 metri di altezza dotata di parola – quindi si avvicinò piano piano senza farsi sentire, quatta quatta, in punta di zampe… poi gli spuntò davanti di colpo protendendo il becco verso di lui!

“Coccodè!”

L’uomo la vide, e rotolò all’indietro giù dal sasso.

Klaretta sussultò, dispiaciuta di averlo fatto rotolare via: “Oh, per tutte le uova in camicia! Ti ho spaventato?”

L’uomo si era intanto tirato su e la guardava, ma non sembrava troppo turbato. Era più preoccupato di risistemarsi la corona in testa.

“No, no, ero solo sovrappensiero. O si dice sottopensiero?”

“Sovrappensiero.”

“Permettimi di chiederti il tuo nome, o gigantesca gallina parlante che non ho mai visto prima, a meno che io non me ne sia dimenticato.”

“Io sono Klaretta, piacere.”

“Klaretta! Bellissimo nome. Io sono Vuttonio. Il Re dei Vetuschi.”

“Oh, i Vetuschi! Siete quelli che vivono in quel bel borgo arroccato qui sopra? Non vedevo l’ora di co-co-co-conoscervi!”

“Davvero? Che bello!” Poi aggiunse: “Per mangiarci?”

“Ma no!” rispose Klaretta. “Per fare amicizia.”

“Ancora meglio! Noi Vetuschi siamo un popolo molto ospitale. Le piante carnivore ad esempio. Le abbiamo accolte tra di noi. Mangiano a tavola con noi. Guarda questo segno sul braccio.” E le mostrò il braccio su cui spiccava un bel morso. “E’ stata Jeremia, la mia pianta carnivora. Voleva mangiarmi.”

“Be’, c’è andata vicina.”

“All’osso? Sì sì. Ma ormai non mi fa più male. Non sento proprio più il braccio. Insensibile. Vuol dire che sta guarendo, giusto?”

“No. Direi di no.”

Vuttonio divenne improvvisamente triste: “In effetti ho un problema”.

“Be’, sì, le piante carnivore non dovrebbero mangiare a tavola con gli uomini.”

“No, no. Un altro problema. Hai visto per caso passare una donna? Mia moglie. Una bella donna. Bassa. Con due belle spalle larghe. Sembra un muro in pietra. Un muretto divisorio. L’hai vista?”

“No, sei la prima persona che vedo da quando sono arrivata.”

“E sono anche un Re!” Vuttonio tornò subito triste: “Credo che mia moglie si sia persa. Sono tre settimane che non torno a casa e da allora non l’ho più vista. Chissà dov’è andata.”

“Aspetta. Sono tre settimane che tu non torni a casa?”

“Sì, io. Certo. Vuttonio. Io.”

“Vediamo se riesco a spiegarti la situazione.”

“Eh, vediamo” disse Vuttonio, proprio curioso.

“Da quant’è che non vedi tua moglie?”

“Tre settimane.”

“E da quant’è che tu non torni a casa?”

“Da tre settimane.”

“Non è che magari tua moglie… semplicemente… è a casa?”

Vuttonio ci pensò duramente, aggrottando la fronte fino a farsi venire i capelli ricci – un talento naturale dei Vetuschi che aveva reso il lavoro dei parrucchieri quasi inutile.

Alla fine della sessione di pensiero/permanente, Vuttonio alzò lo sguardo verso Klaretta.

“Vado subito a vedere! Grazie, oh preziosa pennuta!”

Quindi si voltò e si diresse a grandi passi regali verso la collina brulla e arida su cui sorgeva il villaggio dei Vetuschi.

“Strano personaggio” pensò Klaretta. “Non dev’essere davvero il re di quella gente. Anzi, sono sicura che i suoi concittadini lo considerano come lo svitato del villaggio.”

In realtà Vuttonio era l’adulto col quoziente d’intelligenza più alto della zona, ma anche questo Klaretta lo avrebbe scoperto presto.

 

Quando lo avrebbe scoperto? Ehi, quanta fretta, ho detto presto!

Il giorno seguente, Klaretta si stava aggirando sulla collina pensando ai fatti suoi, quando ricapitò nella stessa zona in cui aveva incontrato Vuttonio.

La cosa sorprendente era che attorno allo stesso sasso ora era raccolta una vera e proprio folla di Vetuschi, uomini e donne.

Klaretta si avvicinò cautamente, evitando movimenti bruschi. Non voleva spaventarli.

I Vetuschi però non si spaventarono, la videro e si diedero di gomito.

Poi non fecero altro. La guardavano e aspettavano.

Pochi istanti ed ecco Vuttonio fendere la folla, come si confà ad un Re molto stimato.

Vuttonio si mise davanti ai suoi sudditi, sorrise a Klaretta e cominciò:

“Gentilissima, graziosa ed educatissima gallina gigante di cui non ricordo il nome.”

“Klaretta.”

“Dici a me? No, io mi chiamo Vuttonio.”

“No, è il mio nome.”

“Vuttonio?”

“No, Klaretta.”

“D’accordo, puoi chiamarmi Klaretta.”

“No, io mi chiamo Klaretta.”

Vuttonio ci pensò un istante, poi annuì, smarrito: “Bene, cosa stavo blaterando?”

“Non chiederlo a me, Vuttonio” disse Klaretta,

“Conosce il mio nome! Vedete, sudditi, il vostro Re è conosciuto!”

“Bravo, Vuttonio! Complimenti! Un cappello per Vuttonio!”

“Bene. Come stavo dicendo, io Vuttonio, re dei Vetuschi, sono venuto qui a chiederti umilmente di aiutare il nostro popolo nella più grande difficile crisi della sua storia. Ci aiuterai?”

Un istante di pausa, poi un ragazzone grande e grosso, iniziò ad esultare:

“Ci aiuterà! Ha detto che ci aiuterà! Evviva!”

E scappò via urlando con le braccia al cielo, in segno di trionfo.

Vuttonio ci tenne a spiegare a Klaretta la situazione: “Quello era mio figlio, Vuttardo. Un giorno salirà al trono al posto mio, poi qualcuno dovrà insegnargli come scendere se deve andare al bagno.”

“Allora, Vuttonio” disse Klaretta. “Vi aiuterei molto volentieri, ma se prima non mi spiegate in cosa consiste questa crisi…”

“Semplice! Le donne.”

“Le donne?”

Germagna, una Vetusca dalle grandi braccia muscolose, si avvicinò a Vuttonio e gli disse qualcosa nell’orecchio destro.

Vuttonio si rivolse di nuovo a Klaretta: “Le donne e gli uomini.”

Sputzi, il marito di Germagna, si avvicinò e disse qualcosa a Vuttonio nell’orecchio  sinistro.

Il Re si corresse di nuovo: “Giusto. Le donne, gli uomini e le piante carnivore.”

Germagna aggiunse qualcosa nell’orecchio di pertinenza. Vuttonio si corresse ancora: “Gli uomini, le donne e le piante carnivore, e le clave.”

Poi fu la volta di Sputzi e Vuttonio aggiunse: “E i rastrelli”, poi di nuovo Germagna: “E le barbe”

“Ma qual è il problema?” tagliò corto Klaretta, che si stava innervosendo.

“Eh?” chiese Vuttonio, completamente perso.

“Problemi di cuore” disse una vocetta dal fondo del gruppo.

Klaretta si sporse e vide un ragazzino, magrolino, appoggiato ad un albero, che stava lì in disparte e sembrava godersi lo spettacolo.

“Avvicinati, ragazzino.”

Si avvicinò.

“Problemi di cuore in che senso?” gli domandò Klaretta, prendendoselo da parte.

“Ieri hai risolto il problema sentimentale di Vuttonio, e adesso hanno tutti bisogno di un consulente di coppia.”

“Quale problema sentimentale?”

“Gli hai detto dov’era sua moglie.”

Quello era un problema sentimentale?”

“Aspetta di sentire quello di Meringi.”

“Chi è Meringi?”

“Hai davvero fretta di conoscerlo?”

Klaretta si scosse e si rivolse alla massa: “Vabbe’, Vetuschi. Non capisco di cosa stiate parlando ma se posso aiutarvi…”

“Iucchi!!!” iniziarono a esultare i Vetuschi. “La gallina ci aiuterà! Iucchiiii!”

“Iucchi?” chiese Klaretta al ragazzino.

“E’ la nostra esclamazione preferita” disse lui. “Assieme a dacciderboli. Ma hanno significati diversi. Vuoi sapere la differenza?”

“Non lo so.”

“Ottima scelta.”

Poi il ragazzino si allontanò fischiettando, e Klaretta iniziò a svolgere il suo compito di consulente sentimentale.

 

Naturalmente i problemi di cuore dei Vetuschi erano molto stupidi e chiunque con un briciolo di buon senso avrebbe potuto risolverli.

Prendete il caso di Meringi. Aveva litigato con sua moglie per via dell’educazione dei figli. Lui era per il metodo del bastone e la carota. Lei per quello della clava e del gambo di sedano.

“Come devo fare? Ne parliamo di continuo. Non riusciamo a metterci d’accordo. Questa cosa sta rovinando il nostro rapporto.”

“Eh, ci credo. Cioè, non capisco di cosa stai parlando. Ma ci credo. Per curiosità: quanti figli avete?”

“Figli? No, no. Noi non abbiamo figli.”

“Come non avete figli?”

“Non ci piacciono i figli. A noi piacciono le carote. Noi litighiamo sui figli degli altri.”

“E allora smettete di parlare dell’educazione dei figli degli altri e mangiate queste benedette carote!”

Meringi la guardò a bocca aperta per un minuto e mezzo.

“Giusto. Grazie! Vado.”

“Buon appetito.”

“Grazie!”

Passolina, la fornaia, aveva un problema ancora peggiore.

“Credo di essermi innamorata di una persona che non è mio marito.”

“E chi sarebbe? Un cliente del forno? Un amico?”

“No. Non so chi sia.”

“Dove vive? Cosa fa?”

“Non lo so, so solo che è sempre a casa mia…”

“Ma cosa fa a casa tua, chi è?”

“Mi gira sempre attorno.”

“Ma chi è, come…”

“Ah, no, aspetta, mi sono sbagliata…”

“Non lo ami?”

“No, è proprio mio marito! Mi ero confusa io. Cosa devo fare? Lasciarlo?”

“Perché? Non si lasciano i mariti a cui si vuole ancora bene. A meno che non siano dei buoni a nulla farfalloni. E’ un buono a nulla farfallone?”

“No, è un fornaio.”

“Ho capito. Il problema è che alle volte non lo riconosci, giusto? Allora fagli tenere una targhetta al collo con su scritto il suo nome, così se ogni tanto non ricordi chi è lo leggi là sopra. Come quelle dei convegni. Così gli sembra sempre di essere a un convegno e non vuole andare ai convegni a fare il bellimbusto.”

“Bel consiglio. Grazie.”

“Prego.”

“A proposito, cos’è un convegno?”

Anche Vuttardo, il rimbambitissimo figlio di Vuttonio, andò da Klaretta per un problema di cuore.

“Credo di essermi innamorato.”

“Bene! E’ una cosa bella. E chi sarebbe la fortunata?”

“Una pianta carnivora” disse lui, serissimo.

“Cosa?”

“E’ l’unica donna che mi capisce. Ieri ha cercato di mangiarmi un orecchio.”

“E perché ti eri avvicinato così tanto, scusa?”

“Per il cerume. Ne ho troppo dentro il cervello e non sento bene. Devo avvicinarmi per capire le parole.”

“Ma le piante carnivore non parlano.”

“No, sono io che non sento, per via del cerume, te l’ho detto.”

“Oh, santa frittata.”

“Credo di amarla.”

“No, Vuttardo, tu sarai un famoso cretino, ma non puoi essere innamorato di una pianta carnivora.”

“Per colpa del cerume?”

“No. Per colpa del fatto che lei è una pianta. Mentre tu sei… sei…”

“Un albero?”

“No, sei un uomo. Un essere umano.”

“Non capisco.”

“Niente piante carnivore. E vai subito a lavarti le orecchie. E anche il collo. E le ascelle. E i piedi.”

“No, no. I piedi non si lavano.”

“Perché?”

“E’ scritto nelle tavole della Legge.”

“Sì, ma per quale ragione non si dovrebbero lavare?”

Vuttardo ci pensò, o almeno fece un vago tentativo: “Per ragioni igieniche?”

“Ah, lasciamo perdere.”

“Grazie, Klarabella” disse Vuttardo e, con aria guardinga, se ne andò.

 

I giorni seguenti Klaretta avrebbe voluto conoscere meglio quel ragazzino che le aveva spiegato che i Vetuschi avevano problemi di cuore. Sembrava piuttosto sveglio, a differenza dei suoi concittadini. Forse era caduto da piccolo battendo la testa e questo gli aveva risvegliato i neuroni. Oppure era stato adottato.

Ma le faccende di cuore dei Vetuschi occupavano tutto il suo tempo.

Il servizio di consulenza sentimentale di Klaretta era aperto a qualsiasi ora, anche se Klaretta avrebbe preferito mettere degli orari precisi.

Ma con i Vetuschi era impossibile fare discorsi sugli orari, si rischiava di farli scoppiare in un pianto dirotto.

Klaretta aveva anche proposto ai Vetuschi una soluzione meno invasiva. Loro potevano scriverle i loro quesiti e lei avrebbe risposto ogni settimana, magari pubblicando le risposte sul giornale della valle in una rubrica speciale che avrebbe chiamato “La posta del Kuore di Klaretta”.

Ma poi si rese conto che la maggior parte dei Vetuschi a malapena sapeva scrivere il proprio nome, e che quelli che lo sapevano scrivere, dopo averlo fatto guardavano il foglio con amore continuando a sbaciucchiarlo per diversi minuti.

In fondo fare la consulente sentimentale le piaceva. Le era sempre piaciuto ficcanasare nei fatti degli altri. Volevo dire, le era sempre piaciuto essere d’aiuto agli altri. Quindi era contenta.

 

To be continued…

 

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