La parola agli illustratori: Sualzo

Da quando è stato consegnato, inviato dentro una macchina che ne stampa le pagine, senza più la possibilità di poter correggere nulla, da quando non appartiene più a me posso dirlo. 21 giorni alla fine del mondo è il libro più complicato che mi sia capitato di fare.
Non tanto e non solo per il tema delicatissimo, che ha a che fare con il momento in cui si fanno i conti col passato e con le verità nascoste nella propria casa. Non solo perché Silvia si ostina con sadica pervicacia a pretendere che i nostri personaggi si spostino quasi esclusivamente con la cosa più ostica da disegnare, la bicicletta.
Questo è stato un libro difficilissimo da disegnare, da animare, perché nella sua costruzione ho affrontato di petto la questione stessa di cosa voglia dire, per me, fare fumetti.
Avendo il privilegio di lavorare da anni con una scrittrice di un livello non comune (e per quanto io possa essere poco o niente obiettivo, Silvia Vecchini è una grande scrittrice), la tentazione di sfruttare al massimo la qualità della sua scrittura è la prima cosa che istintivamente mi viene da fare. Tenere i miei disegni al riparo del suo testo cercando di interferire il meno possibile. Lasciare quella prosa splendente e accompagnarla con un’intenzione illustrativa.
Ma quello che ne verrebbe fuori non risponderebbe affatto alla mia idea di fumetto. Per capire meglio forse è necessario fare un passo indietro e spiegare la modalità di lavoro che Silvia e io abbiamo scelto per i nostri libri a fumetti.

Non avendo lei passione per la scrittura “tecnica” dei fumetti e non volendo lasciare a me un ruolo quasi esclusivamente di “visualizzatore”, non abbiamo mai lavorato a partire da una sua sceneggiatura, ma sempre da un soggetto a cui segue un lungo trattamento, che prende a volte la forma di un romanzo breve. Questo materiale mi viene consegnato ed è da lì che io ricavo direttamente uno storyboard sviluppando la drammaturgia della nostra storia. La prima intenzione sarebbe quella, appunto, di trasportare più prosa possibile nei testi delle tavole a fumetti, comprimendo la recitazione dei personaggi e ricavandone, sicuramente, un graphic novel molto letterario (e, sono convinto, molto bello).
Ma, come dicevo, la mia idea di fumetto è un’altra, che non rinuncia a una certa ambizione letteraria, ma che passa attraverso un processo di trasformazione.

Per me il fumetto deve essere soprattutto trasformazione di un testo in azione, recitazione, messa in scena quindi, pur con trepidazione e un certo spirito masochistico, affronto il testo di Silvia in questa ottica, lasciando che informi ogni mia scelta di regia e messa in scena ma che non prevalga mai su di esse. Procedimento che la Vecchini ha battezzato con la frase “io scrivo e tu cancelli”.
Ma visto che questa ė la modalità con la quale abbiamo fatto tutti i nostri libri, perché questa volta sarebbe stato più difficile?

Una parte della difficoltà per me è stata data dal fatto che eravamo reduci da un libro come La zona rossa in cui avevamo scelto di ridurre la voce del narratore a zero, di lasciare tutta la storia alla recitazione dei personaggi e ora bisognava in qualche modo retrocedere e trovare una misura giusta.
Ritornare alla diegesi dopo la mimesi, senza alterare un’alchimia che ritengo preziosa per la nostra cifra stilistica. E farlo con un testo di partenza che questa volta era un vero e proprio romanzo, pronto per essere un “libro di parole” e chiamato a diventare fumetto.

L’altra parte di difficoltà viene dalla volontà di scegliere come luoghi dell’azione dei luoghi che conosco benissimo e che amo. E se anche questa non è una scelta nuova, chi legge i miei libri sa quanto il lago Trasimeno faccia sempre capolino dalle mie pagine, questa volta i 4-5 chilometri di raggio intorno alla mia casa sono diventate il set di tutte le vicende del libro. E non sono un paesaggio evocato, ma vero attore che doveva rispondere ai personaggi. Non ho cercato una riproposizione realistica, naturalistica (anche se avrò disegnato un milione di foglioline) ma ho cercato ogni volta di materializzare quel genius loci che è la ragione profonda per la quale i personaggi de 21 giorni alla fine del mondo e io abbiamo scelto di vivere qui.

Magari Silvia racconterà perché ha pensato fin da subito al lago, al pontile, alla riva, alle colline, ai campi qua attorno. Ora m’interessa raccontare come questa scelta abbia significato stare dentro la storia sempre, anche quando non disegnavo. Vivendo qui, avendo in mente che il testo che ormai conoscevo bene doveva però trasformarsi in qualche altra cosa e dovevo essere io a scegliere il ritmo, la regia e le luci, ha voluto dire disegnare prima di disegnare, alzarmi, andare e tornare al tavolo di disegno senza mai uscire davvero dallo storyboard, far muovere i personaggi e tradurre i momenti della storia in scene nel paesaggio che avevo sotto gli occhi ogni giorno, mescolare realtà e finzione per raccontare qualcosa che proprio perché risultava così vicino, quotidiano e normale, faceva più paura.

Ora che è fatta posso anche dire che spero che la nostra storia arrivi a tanti.
Sarà come avere numerosi ospiti. Ci sembrerà che i nostri lettori passeggino con noi, vedano i nostri luoghi. Non troveranno tutto in ordine. Il panorama sembra luminoso ma non sempre tutto è come appare. Tuttavia, noi che ormai conosciamo il posto, potremmo fare loro strada fino all’uscita, fino al termine della storia.
Per scoprire che la fine del mondo così come lo conosciamo forse è l’inizio di uno nuovo. Più vero, più somigliante a noi.

#LaParolaAgliIllustratori

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